Monte Bianco – sfida verticale: la ri-creazione è finita!

Ma di che ci preoccupavamo? Che l’alpinismo fosse ridicolizzato e la montagna “spettacolarizzata”? Da ieri sera, milioni di telespettatori pigiando sul loro telecomando hanno decretato finalmente la nascita di un’immagine nuova del nostro sfigato mondo verticale, dimostrando che non siamo una massa di poveri coglioni perditempo e aspiranti suicidi, ma tutto sommato una sottospecie di bambinoni cresciuti che ama giocare su sassi e pareti di corsa sbatacchiando un campanaccio di bronzo come gesto liberatorio e purificatore, il cui suono da ieri sera ci ricorda che la ri-creazione è finita. Tutto questo grazie a un pugno di guide alpine e a un gruppo di “vip” (?) che hanno saputo di botto farci un ripasso di storia pionieristica dell’alpinismo, ricreando per ignari telespettatori quelle medesime atmosfere romantiche che contraddistinsero l’alpinismo della prim’ora, dove il rapporto professionista-cliente aveva raggiunto livelli epici. Certo, oggi non più montanari con la pipa sempre in bocca e clienti sognatori, spesso visionari, ma modelle strafighe che in due pezzi succinti si bagnano come delle veneri del verticale nella Dora di Ferret e che disinfettano e deodorano le loro guide che non si lavano i capelli. Il tutto perfettamente diretto dal campo base, in una bella tenda stile “mongolo”, che anche io (vivaddio!), ho avuto la fortuna di vedere da vicino quest’estate scendendo dal Greuvetta. E a dirigere e controllare il manipolo di prodi, una guida notissima, forte ed esperta come Moro, per dimostrare ad altri professionisti titubanti che hanno rifiutato l’ingaggio (sbandierando uno sbiadito e demodé rigore etico), che la montagna è “salva”, anzi da domani la si vedrà con occhi diversi. E che dire di Caterina Balivo, esperta conduttrice di show televisivi? La Carlucci (Ballando con le stelle) è già invidiosa, e sta preparando un nuovo programma per il prossimo anno “Ballando sulle creste”. La Balivo, che sta alla montagna come il mio bisnonno contrabbandiere stava a un tablet, quest’estate ha detto in modo definitivo che le critiche di Cai, associazioni alpinistiche e ambientaliste “sono solo una botta di calore”. Ma di che ci preoccupavamo? Da domani anche noi potremmo salire la nostra montagna e in cima piantare nella viva roccia il manico della nostra piccozza, aspettando il giorno, fra due o trecento anni, che il coglione di turno la sfili a due mani innalzandola verso il cielo, inaugurando nuove pagine leggendarie dell’alpinismo e nuove sfide verticali a suon di campanacci.

da mountainblog/marcoblatto

 

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